Riceviamo e pubblichiamo questo ricordo del socio Arcangelo Paolucci
Svezia agosto 1977
Dovrebbe essere notte….
…….la sera è ormai passata da molto tempo, ma la magica luce di queste terre boreali ancora rimane discreta e rosata nell’aria.
La vedo attraverso la piccola finestra del bivacco, mentre mi crogiolo nel tepore del sacco a pelo. Fino a poco fa il mio spirito vagava, al “settimo cielo”, salendo lo spigolo sud-ovest del Kebnekaise, in Svezia, oltre il circolo polare artico.Tutta la giornata è trascorsa assaporando le più belle emozioni mai provate in montagna, coronata da quella dell’arrivo in vetta.
Sono ormai molti giorni che viviamo in modo sempre più distaccato da ogni convenzione, lontani da casa migliaia di chilometri, attraverso terre dove il “progresso” poco si nota e dove la natura domina incontrastata: foreste di conifere e di betulle sconfinate, paludi ricche d’acqua cristallina che rendono inutile portarsi bevande nello zaino, basta inchinarsi a terra e, come animali selvatici, bere a sazietà in qualsiasi posto, direttamente dalle migliaia di pozzanghere, ruscelli o fiumi impetuosi.
Attraversiamo una regione con numerosi gruppi di montagne, veramente selvagge, che sorgono da sconfinati altipiani cosparsi da migliaia di massi erratici, coperte da ghiacciai le cui lingue d’ablazione scendono fino alla pianura, turgide e misteriose.
Il cibo è poco, e spesso volutamente razionato, ché, se abbondante, ruberebbe spazio e peso nello zaino, già gonfio d’indumenti ed attrezzature. Questo ci ha trasformato in rozzi e asciutti pellegrini dei monti, dal viso abbronzato, i capelli lunghi, le barbe incolte, spesso silenziosi e smarriti nell’immensità della natura.
Siamo nel gran parco del Sarek.
La scalata è stata scelta con calma, poi studiata durante la marcia di un giorno per avvicinarsi alla montagna.
Il giorno prima, lasciati i mezzi ad un parcheggio, avevamo attraversato un immenso lago glaciale, traghettati, con un solido barcone, da un lappone dagli occhi fieri …e interessati alla bottiglia di “Amaro dei papi”, che poi gli abbiamo regalato.
Poi il campo sotto le cime ghiacciate, il risveglio in mezzo alle renne dallo sguardo fisso e mansueto, che hanno sentito amico lo spazio tra le nostre tende, scegliendolo come luogo sicuro per pernottare; e subito, la marcia d’avvicinamento al monte (un giorno durerà) assorti nei nostri pensieri, inorgogliti dalla fiducia riposta dagli amici nelle nostre capacità alpinistiche.
E loro, con sacrificio, ben volentieri ci aspetteranno in cima, al bivacco, portando viveri, sacco a pelo e bevande per il nostro ristoro dopo la salita.
La scelta del compagno è avvenuta cercando tra chi poteva condividere il significato dell’ascensione, mille miglia lontano di casa, in ambiente mai immaginato, alla ricerca di un qualche sentimento inspiegabile e non della vittoria sulla natura.
Ci guardiamo in faccia, dopo aver salutato gli altri che saliranno dalla normale e, con un vago sorriso assorto, spontaneo , iniziamo in silenzio l’avvicinamento sul ghiacciaio.
Arriviamo sotto lo spigolo. Sono ormai le cinque del pomeriggio.
Si comincia a salire, dopo otto ore che siamo in movimento; ma il richiamo irrefrenabile tacita la stanchezza, la fame, la sete.
Saliamo nere rocce frananti, dai riflessi rossi e marrone, ricche di ferro (nella zona esistono le più grandi miniere del mondo a cielo aperto di minerali ferrosi). C’immergiamo in mezzo al bianco luccichio delle nevi e dei ghiacci al tramonto, che è già iniziato da ore ed ancora dura, lunghissimo.
Non parliamo. Ci alterniamo a capo corda in un’esaltante cavalcata sul filo della cresta, mentre la temperatura, sempre più bassa, indurisce come pietra le chiazze di neve che ancora riusciamo ad evitare.
Sento il fisico che si asciuga sempre più per il freddo e l’aridità dell’aria, mentre i morsi della fame, ormai sopiti, fanno parte di ricordi lontani.
“ Arcangelo !… Maurizio!”
Gli amici ci chiamano da lontano. Sono ormai alti sulla cresta, alla nostra sinistra; noi rispondiamo: “tutto bene!” Più per dovere che per necessità. Siamo in un mondo tutto nostro che va verso il cielo con emozioni crescenti: il corpo che risponde alla perfezione, il vuoto vinto con facilità, la roccia ruvida che fa sanguinare i polpastrelli delle dita.
Ecco, arriva il muro di ghiaccio e, con naturalezza l’affrontiamo di slancio, scalinando con la piccozza: mille scintille bianche schizzano in aria e ricadono sul compagno che fa sicura, sotto, assorto ed in silenzio, imbiancandolo, ché le migliaia di minuscole candide schegge lo investono ricoprendolo senza sciogliersi per il gelo sempre più intenso.
Ormai il corpo non conta più niente, consunto dall’astinenza, dall’aria sottile, dal freddo che da forza invece che disagio, abbandonato dallo spirito, proiettato in avanti, che avanza in estasi, districandosi abilmente tra i mille ostacoli che l’ambiente gli oppone.
“Solo gli Spiriti dell’Aria sanno cosa incontreremo dietro le montagne … e i miei cani vanno avanti.. avanti!… Avanti!!!”
Così recita un proverbio esquimese.
L’ultimo pendio di ghiaccio grigio azzurrino, contornato da grotte e cornici dalle ricchi frange, ci separa dalla cresta dove poco dopo sbuchiamo.
Al di là montagne innevate, e montagne, e montagne, e montagne. All’infinito. Verso la Lapponia norvegese, verso Capo Nord, fino all’orizzonte rosso cupo per il tramonto mai stanco, che dura ore ed ore.
Non è finita, e noi, con un piede sul lato in ombra e l’altro su quello rosso di riflessi, proseguiamo lungo la cresta affilata, ormai quasi orizzontale, cavalcando due abissi che si perdono in basso, l’uno, color notte, nel buio, l’altro, nella porpora del crepuscolo che sembra eterno.
Le caviglie sono torte in modo innaturale, per far aderire i piedi alla neve dura, di cristallo, ed i ramponi cantano ad ogni passo la loro canzone a volte stridula a volte squillante. Ancora poche decine di minuti d’estasi, poi grida allegre d’amici rompono l’incantesimo che avremmo voluto durasse per sempre.
Poi pacche sulle spalle, abbracci… un bicchiere di vino….. qualche tè al cognac … rompono l’ansia e la preoccupazione che a nostra insaputa avevano accompagnato gli amici nell’attesa.
Dormiamo un poco: tra pochi minuti il sole sorgerà di nuovo luminoso, metallico, innaturalmente vicino al nord, poco distante a dove era tramontato…
…. ed inizierà la via del ritorno, sempre più verso il basso, sempre più verso il Sud, verso le convenzioni ed il chiasso inutile, che da sicurezza agli insicuri, che da forza ai benpensanti…ai quali è bene non dire… è bene non raccontare.
Non ha significato.
Arcangelo